Lettere del martire Aonio Paleario (1500 - 1570) alla moglie e ai figli prima di essere ucciso dalla Chiesa Cattolica Romana

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Lettera di Aonio Paleario, riformatore e martire della verità, fu autore del trattato andato in stampa nel 1543 “Benefizio della morte di Cristo”, ritenuto dal papa Pio V un trattato eretico, che ha portato all’arresto da parte dell’Inquisizione del suo autore e al carcere romano di Tordinona e, alla fine, fu  impiccato e messo sul rogo.

I principali capi d’accusa mossi contro di lui dai suoi censori erano quattro:

- Negazione del purgatorio;

- Disapprovazione del seppellire le salme nelle chiese;

- ridicolizzava la vita monastica;

- attribuiva la giustificazione per fede nella misericordia di Dio, che perdona i nostri peccati per Gesù Cristo.

Dalla sua prigione, il Paleario scrisse queste parole alla sua consorte Marietta Paleari, e ai suoi figli Lampridio e Fedro Paleari:

«Mia carissima consorte.

Io vorrei che voi non vi affliggeste della mia gioia; né vi facesse male il mio bene. È giunta l’ora ch’io debba passare da questa vita al mio Signore e Padre e Dio. Parto così allegramente, come se dovessi andare alle nozze del figlio del gran re; il che ho già pregato il mio Signore di concedermi per sua infinita bontà e misericordia. Pertanto, mia carissima consorte, consolatevi nella volontà di Dio, e nella mia rassegnazione. Abbiate cura della desolata famiglia che mi sopravvive, educandola, e conservandola nel timor di Dio; e siate padre e madre nello stesso tempo. Io sono adesso un vecchio di settant’anni, inutile. I nostri figli debbono pensare a se stessi con la virtù, con l’industria, e a menare una vita onorata. Iddio Padre, il nostro Signor Gesù Cristo, e la comunione dello Spirito santo sia col vostro spirito.

Roma, 3 luglio 1570.

Il tuo consorte Aonio Paleario.»

Questa lettera la scrisse ai suoi figli:

«A Lampridio e Fedro, diletti figli.

Questi miei cortesissimi Signori non diminuiscono punto la loro gentilezza a mio riguardo in questi estremi momenti, e mi permettono di scrivervi. Piace a Dio chiamarmi a se con questo mezzo che può sembrarvi aspro e penoso; ma se lo riguardate propriamente accadere con mia piena rassegnazione e allegrezza d’animo, troverete il vostro sollievo nella volontà di Dio, come avete fatto finora. Vi lascio in patrimonio l’industria e la virtù con tutti i beni che già possedete; vi lascio senza debiti. Molti domandano sempre, mentre devono dare. Sono già più di anni diciotto che siete emancipati; voi non siete tenuti per i miei debiti. Quando sarete chiamati per soddisfarli, ricorrete a Sua Eccellenza il Duca, che non vi farà torto. Ho richiesto a Luca Pridio una nota di quello che devo, e di quello che mi si deve. Prendete la dote di vostra madre, educate la piccola vostra sorella come Iddio vi farà la grazia, salutate Aspasia e la Sorella Aonilla, mie care figlie nel Signore. La mai ora si avvicina. Lo Spirito di Dio vi consoli, e vi conservi nella sua santa grazia.

Roma, 5 luglio 1570.

Vostro padre AONIO Paleario.»

Come era costume degli inquisitori, propalarono che Paleario si fosse pentito, citando una qualche e indefinita memoria anonima. Ma tale asserzione è confutata da diverse lettere, tra cui quelle sopra riportate, e da un autore più certo di quello anonimo, il Laderchi che era nemico del Paleario, il quale trasse e riportò dall’archivio dell’Inquisizione queste parole:

«Quando si vide che questo figlio di Belial era refrattario e ostinato, né si poteva per alcun mezzo ricondur dalle tenebre dell’errore alla luce della verità, egli fu meritatamente consegnato alle fiamme, affinché dopo aver quivi sofferto momentanei tormenti, si trovasse egli poscia nel fuoco eterno.»

Le memorie e le lettere di Aonio Paleario, furono ristampate in italiano da Schuhorn.

[Tratto da "Benefizio della morte di Cristo" di Aonio Paleario, Firenza, marzo 1849]

Giuseppe Piredda

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