Biografia di Arnaldo da Brescia, riformatore religioso italiano (?-1154).

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[Bibliografia]
Autore: Antonino DE STEFANO;
Titolo: "RIFORMATORI ED ERETICI DEL MEDIOEVO";
Casa editrice. F. CIUNI LIBRAIO EDITORE;
Località. Palermo;
Anno: 1938.

VITA E DOTTRINA DI ARNALDO DA BRESCIA

  1. Origini, personalità e attività pubblica di Arnaldo;
  2. Corruzione del clero. Arnaldo domanda la Riforma del clero. Reazione del clero;
  3. Arnaldo abbandona l’Italia e si reca in Francia, dove si unisce ad Abelardo e alla sua causa;
  4. Dopo essere stato espulso dalla Francia, Arnaldo trova rifugio in Isvizzera, a Zurigo;
  5. Perseguitato, Arnaldo abbandona la Svizzera e trovò tutela presso il legato del papa per la Boemia e la Moravia;
  6. Arnaldo, a Roma, predica contro la curia romana. Testimonianze su Arnaldo e suoi insegnamenti;
  7. Coinvolgimento politico, di Arnaldo, nella lotta contro il papato. Adesione alla Repubblica di Roma;
  8. Federico I sconfigge il partito Repubblicano di Roma, cattura Arnaldo e lo consegna al prefetto pontificio, il quale lo condannò a morte e lo fece impiccare e bruciare.

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  • Origini, personalità e attività pubblica di Arnaldo.

    Dai contemporanei vien chiamato ora Ernaldo, ora Arnoldo, talvolta anche Arnolfo, ma più comunemente Arnaldo. Alcuni lo dissero nato nella germanica Brixen, altri in Francia, ma, pur non escludendo che possa avere avuto una lontana origine straniera, deve ritenersi nato in Brescia di Lombardia. Quivi, infatti, lo fanno nascere quel bergamasco versificatore che, nella seconda metà del secolo XII, compose un poema in lode dell’imperatore Federico I, e san Bernardo, che fu suo contemporaneo. Ottone di Frisinga, zio e storiografo del Barbarossa, lo dice pure oriundo da Brescia. Rimane, tuttavia, un fatto assai strano che gli annali bresciani e le fonti in genere della storia bresciana non facciano menzione di Arnaldo.
    Ignoriamo l’anno preciso della sua nascita, nè sapremo dire se questa sia da collocarsi alla fine del secolo XI o sul principio del XII. Ma poichè la vita pubblica di Arnaldo principalmente si svolse tra il 1130 e il 1154, quando la sua esistenza venne violentemente e forse immaturamente troncata, non è lecito allontanarne la data oltre gli ultimi anni del secolo XI.
    Secondo la storia pontificale di Giovanni di Salisbury, Arnaldo sarebbe stato prete e canonico regolare. Ma la sua testimonianza è piuttosto tardiva e certo di seconda mano. I contemporanei tacciono del suo carattere sacerdotale e, tra essi, anche l’anonimo autore del poema federiciano, che pure molti dettagli ci fornisce intorno alla sua vita ed alla sua persona. E tace anche san Bernardo, l’avversario acerrimo, che ne avrebbe tratto certamente argomento onde maggiormente inveire contro l’apostata. Ci sembra, pertanto, che sia da ritenersi esatta l’informazione di Ottone di Frisinga che lo dice chierico della chiesa di Brescia e «lettore», insignito cioè del secondo grado dei sacri ordini minori. E se questi oppone altrove l’«abito religioso» di Arnaldo alla dottrina da lui predicata quasi che dal punto di vista ortodosso ne fosse la negazione, deve senza dubbio intendersi non dell’abito monacale o sacerdotale propriamente detto, ma della sua professione di penitente e di predicatore evangelico. Tuttavia, per quanto il movimento arnaldiano abbia avuto un contenuto essenzialmente laico, noi non ci troviamo davanti ad un innovatore religioso semplice ed illetterato, idiota et absque litteris, sul tipo di Valdo, che non sa di latino, bensì di fronte ad uno studioso fornito di vasta cultura teologica e letteraria, ad un magister che terrà scuola a Parigi al posto di Abelardo. E come Abelardo, durante il suo periodo scolastico e dell’ardente sua lotta contro san Bernardo, era stato nient’altro che un clericus, tale rimase sempre probabilmente anche Arnaldo. Certo fu un «chierico», un ecclesiastico, e come tale sottoposto alla giurisdizione della Chiesa.
    Del singolare ingegno e della erudizione di Arnaldo tutti i cronisti del tempo rendono testimonianza. Tra le sue doti intellettuali, quella che maggiormente colpì i suoi contemporanei, fu la sua eloquenza: eloquenza rapida ed ornata, aggressiva, dolce audace e sicura di sé, l’eloquenza del tribuno di razza. San Bernardo dice che il suo eloquio aveva la dolcezza del miele e chiama Arnaldo l’«ape d’Italia», come Abelardo era stato l’ape di Francia. Ottone di Frisinga, che, come è noto, tende ostinatamente a diminuirlo, lo dice ricco di belle frasi piuttosto che di profonde sentenze. E Guntero Ligurino, pure affermando che egli fosse solito provare le cose false con le vere, è costretto a rendere omaggio alla sua «bella arte del dire». Fu uomo eminentemente d’azione. E la sua attività pubblica fu così multiforme e concitata che nulla, sembra, egli abbia scritto o, certo, ben poca cosa, poiché nulla è sino a noi pervenuto, nè ce n’è rimasta notizia presso gli scrittori dell’epoca. Una testimonianza di Gualtiero Map, ove questi afferma che Arnaldo venne condannato da Eugenio III non in base ai suoi scritti ma solo per la sua predicazione, sembra escludere esplicitamente ogni attività letteraria di Arnaldo. Anche in ciò, egli non avrebbe fatto altro che seguire l’esempio di Gesù, che nulla lasciò scritto, e degli apostoli, di cui solo alcuni scrissero poche lettere. Ai suoi contemporanei apparve non l’asceta contemplativo o il filosofo dedito alla speculazione, ma un riformatore religioso, un agitatore politico, uno spirito irrequieto e pugnace. San Bernardo tradisce tale impressione, quando egli oppone ad Abelardo, uomo di pensiero, leone che rugge sulle eccelse vette della speculazione, Arnaldo, uomo di azione, dracone che insidia la Chiesa con le sue opere. In tutte le sue lettere, egli ce lo dipinge come suscitatore di scismi, aizzatore del popolo contro il clero, intrigante e cospiratore.
    Uomo d’azione nel pieno significato della parola, Arnaldo fu inteso a realizzare anzitutto in se stesso quell’ideale di perfezione evangelica, che egli concepiva come l’essenza stessa della vita cristiana. Egli stupì i suoi contemporanei per la veemenza con la quale predicava il disprezzo del mondo. Spogliatosi d’ogni cosa sua propria, egli vestì ruvidi panni e macerò coi digiuni la sua carne. «Uomo troppo austero - lo dice il versificatore bergamasco - vissuto sempre duramente, parco nel vitto». La rigida austerità dei suoi costumi riconoscono pure i suoi avversari, anche quando essi ne dànno una interpretazione malevola.
    La parsimonia nel vitto e l’umiltà nel vestire sono, d’altronde, considerate in quest’epoca come manifestazione essenziali della vita evangelica. Parlando di Abelardo e di Arnaldo, san Bernardo afferma: «Tutti e due hanno, quanto al vitto e al vestire, l’aspetto della pietà ma non la sostanza, poiché si trasfigurano in angeli di luce, mentre sono angeli di Satana». «Nessuno - aggiunge Gualtiero Map - lo superò nella religione, non indulgendo al cibo e alle vesti se non quanto ve l’obbligasse la più imperiosa necessità». San Bernardo non potè non riconoscere «che la vita di Arnaldo era austera, che i suoi digiuni erano tali che pareva non mangiasse né bevesse; il suo parlare pieno di unzione, la conversazione soavissima, l’aspetto tutto spirante pietà». Certo, egli mostrò con il suo esempio come l’ideale di perfezione evangelica, da lui annunziato, fosse praticamente realizzabile e devesi, in gran parte, a tale suo merito il largo successo ottenuto con la sua predicazione ribelle.
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  • Corruzione del clero. Arnaldo domanda la Riforma del clero. Reazione del clero.

    Nulla sappiamo di preciso circa la giovinezza di Arnaldo né della sua attività pubblica nella città nativa. Con ogni probabilità egli si trovò coinvolto nelle agitazioni cittadine di cui Brescia era allora il teatro ed è facile arguire che egli si sia schierato dalla parte di coloro i quali lottavano contro i preti simoniaci e concubinari.
    Brescia aveva in quell’epoca uno dei cleri più venderecci e più dissoluti d’Italia. Quando il vescovo Adalmanno, ritornando dal famoso sinodo di Roma del 1059 osò promulgare, dal pergamo della sua cattedrale, i famosi decreti di papa Nicolò II contro i simoniaci ed i concubinari, i preti colpiti dalle censure si accesero di così veemente sdegno che lo aggredirono nella chiesa stessa e per poco non lo ebbero linciato.
    Non meno energica, però, era stata la reazione del popolo contro il clero e il moto patarenico ebbe in Brescia una notevole diffusione. Anima del popolo in lotta contro i suoi preti indegni fu senza dubbio Arnaldo.
    Il vescovo di Brescia, Maifredo, ammoniva il suo clero a non lasciarsi sedurre dalla sua predicazione:
    «La plebe - diceva egli - abbandonata ai consigli di Arnaldo, uomo di severi costumi e di uno zelo indiscreto, domanderà ad alta voce la riforma del clero; per la qual cosa una gran parte dei beneficiati sarà privata dei suoi beneficii col pretesto della simonia e dell’incontinenza e sarà ridotta al vituperio e alla mendicità con le proprie famiglie. E quei medesimi che per avventura rimarranno in possesso delle loro chiese, saranno costretti a doverosi contentare d’una porzione meschina delle rendite assegnate al loro sostentamento, ristretto alla misura assai rigida dell’antica severità dei canoni». Da queste parole, con le quali il vescovo di Brescia mostra uno zelo sospetto a difesa degli interessi materiali dei suoi preti, si può arguire quale fosse il contenuto della predicazione arnaldiana: il ritorno, cioè, della Chiesa allo stato primitivo, con la povertà assoluta del clero ad imitazione della vita apostolica. Tale è, come vedremo, l’essenza stessa della riforma di Arnaldo, e che egli riprenderà poi con maggiore calore e con più largo successo in altri luoghi e specialmente in Roma. Il vescovo ci appare solidale con i suoi preti e contro di essi arse la lotta dei cittadini capeggiati da Arnaldo.
    Con la sua predicazione egli commosse profondamente la città, che gli fu tutta dietro e lo considerò come il suo profeta. I preti concubinari furono boicottati energicamente dal popolo ed ebbe origine, a Brescia, una lega popolare destinata ad impedire ogni commercio con quegli ecclesiastici, lega che si ramificò, poi, attraverso varie città.
    Quando, nella speranza di ridurre all’impotenza Arnaldo e di far tacere la molesta sua voce, il vescovo, recatosi a Roma, lo accusò davanti al papa Innocenzo II, ottenendone la condanna, il popolo ne fu così indignato che a gran stento egli potè rientrare, al suo ritorno, in città. La condanna del concilio Lateranense II del 1139 venne a colpire nella persona di Arnaldo l’agitatore ecclesiastico, il chierico indisciplinato, che aveva fatto causa comune con i cittadini ribelli al vescovo od ostili al clero di Brescia, ma non un eretico od un fautore di eresie. Non è inopportuno rilevare, anzi, come lo stesso concilio manifestasse una mentalità non estranea a quella di Arnaldo là dove, con il canone 7°, esso richiamava in vigore un antico decreto di papa Gregorio VII che proibiva ai laici di assistere alla messa dei preti concubinari.
    Rimane incerta la presenza di Arnaldo a questo concilio, che si occupò principalmente della condanna degli atti di papa Anacleto, per quanto lo Hausrath la ritenga verisimile.
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  • Arnaldo abbandona l’Italia e si reca in Francia, dove si unisce ad Abelardo e alla sua causa.

    La condanna del concilio bandiva Arnaldo dall’Italia.
    Si sperava, forse, che in paese straniero, ove egli non aveva alcun seguito, potesse essere innocuo, e gli si fece giurare di non riporre più piede in Italia senza il permesso del papa. Arnaldo, sottomettendosi al comandamento papale, abbandonò l’Italia e si recò in Francia, ove si trovò subito coinvolto nella veemente contesa che ardeva allora tra Abelardo e san Bernardo. Arnaldo, scriverà quest’ultimo, «scacciato dall’apostolo Pietro aderì al Pietro Abelardo, i cui errori, già scovati e condannati dalla Chiesa, egli si sforzò con lui e per lui di difendere con ardore e tenacia».
    Ottone di Frisinga afferma che Arnaldo aveva già altra volta avuto Abelardo quale maestro. Non saprei dire sino a che punto l’affermazione di Ottone possa esser presa alla lettera. Essa non è assurda, anche perchè si concilierebbe con la tradizione goliardica relativa ad Arnaldo, di cui parlerò in seguito. Tuttavia essa non appare confermata. San Bernardo colloca l’adesione di Arnaldo alla causa di Abelardo dopo la condanna romana del 1139, passando sotto silenzio ogni altro rapporto anteriore. Tuttavia, benchè Arnaldo fosse solidale con Abelardo nella lotta contro il clero mondanizzato e fosse animato da eguale fervore ascetico, e benchè ne assumesse pubblicamente ed energicamente la difesa, non è affatto sicuro, come vuole san Bernardo, che egli ne condividesse le opinioni filosofiche e dommatiche.
    È vero che dal concilio di Lens del 1140, ove san Bernardo sostenne implacabilmente l’accusa, vennero condannati insieme tutti e due. Ma è anche vero che Arnaldo non fu il solo a difendere apertamente Abelardo. Parecchi furono anche allora gli amici e protettori di questi, e tra essi Pietro il venerabile, un prelato di nome Giacinto, che fu poi cardinale ed il cardinale Guido del Castello, già suo discepolo, che fu poi papa col nome di Celestino II, senza che sia perciò lecito sospettare della loro ortodossia.
    Pare che Innocenzo II avesse ordinato d’internare in un convento tanto Abelardo che Arnaldo, e san Bernardo lamenta che tale ordine non fosse mai stato eseguito. Certo è che, nonostante la nuova condanna che lo colpiva, Arnaldo potè ritirarsi, indisturbato, a Parigi, e quivi aprire una scuola, presso la Chiesa di Sant’Ilario, sulla collina di Santa Genoveffa, là dove Abelardo, qualche tempo prima, aveva tenuto scuola, ed esporvi liberamente le Sacre Scritture.
    A Parigi, secondo la testimonianza di Giovanni di Salisbury, materiava l’esposizione delle Scritture di aspra critica contro la condotta dei prelati, i quali, assorbiti in secolari faccende, trascuravano la missione religiosa affidata loro da Cristo. Egli rimproverava soprattutto ai vescovi la loro cupidigia, che li spingeva ad edificare sul sangue la Chiesa di Cristo. E sosteneva che la Chiesa doveva vivere in povertà e che le sue ricchezze erano la causa prima della sua degenerazione. Contro San Bernardo dirigeva poi i suoi più velenosi strali polemici, accusandolo di essere ebbro di vanità e bassamente invidioso di ogni altra persona che non fosse della sua scuola e che emergesse per meriti letterari e religiosi.
    Per rendersi conto della singolare tolleranza goduta in un primo momento da Arnaldo a Parigi, nonostante condanne di concili e persecuzioni di inesorabili abbati, occorre tener presenti le condizioni politiche della Francia di allora. Regnava, infatti, un re ostile in quegli anni alla curia romana, Luigi VII. Causa di tale ostilità era stata l’elevazione alla sede arcivescovile di Bourges di Pietro La Châtre, avvenuta per opera dello zio di questi, il cardinale Aimerico, elevazione che Innocenzo II, per istigazione di Teobaldo, conte di Champagne, aveva confermata, ma che Luigi VII, sostenuto dai grandi del regno, si rifiutava di ratificare. In tali circostanze l’insegnamento di Arnaldo, che concludeva alla rinuncia del potere temporale da parte dei prelati, veniva a favorire il partito del re e non poteva quindi non riuscire accetto alla sua corte. Quando, però, san Bernardo, intromessosi come paciere tra il papa e il re, riuscì a farli riconciliare ed il papa, che era allora Celestino II, ebbe tolto l’interdetto lanciato sulla Francia dal suo predecessore, l’implacabile abbate pose a prezzo della riconciliazione il bando di Arnaldo.
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  • Dopo essere stato espulso dalla Francia, Arnaldo trova rifugio in Isvizzera, a Zurigo.

    Espulso dalla Francia, Arnaldo, divenuto nuovamente «vagante e profugo sulla terra», cercò rifugio in Isvizzera. A Zurigo parve aver pace. I canonici agostiniani di san Martino sullo Zurichberg gli offrirono ospitalità, nel proprio convento. Sembra che anche il vescovo di Costanza, da cui dipendeva Zurigo e che era allora Ermanno I di Arbon (1138-1165), uno dei più eminenti uomini di stato di Corrado III e poscia di Federico I, gli accordasse la sua protezione.
    Fondandosi su alcuni versi di Guntero Ligurino, alcuni storici hanno bizzarramente affermato che Arnaldo fosse vissuto in Zurigo assumendo il falso nome di «dottor Lemanno». In verità, come osserva lo Hausrath, il versificatore ha voluto significare soltanto che l’Alemannia, e non Arnaldo, trae il suo nome dal lago Lemano. Alcuni storici hanno interpretato la frase del Frisingense «officium doctoris assumens», nel senso che Arnaldo avesse tenuto scuola a Zurigo. Non mi pare che debba darsi qui alla parola «dottore» un significato così preciso. Il cronista volle probabilmente riferirsi all’attività religiosa e in particolare all’insegnamento evangelico di Arnaldo.
    L’odio inestinguibile di san Bernardo, che seguiva il bresciano come la sua ombra, lo raggiungeva a Zurigo. Durante il soggiorno in Svizzera di Arnaldo, l’abate inviò lettere su lettere, tutte infiammate di apocalittico sdegno, ai principali personaggi di quelle contrade perchè si affrettassero a bandire e, se possibile, imprigionare l’importuno riformatore. Al vescovo di Costanza scriveva: «Voi scorgerete in costui un uomo che si ribella apertamente al clero, confidando nel tirannico potere della gente di arme: un uomo che insorge contro gli stessi vescovi ed inveisce contro tutto l’ordine ecclesiastico. Ciò conoscendo, non saprei in tanto pericolo meglio consigliarvi e più sanamente che di seguire il precetto evangelico, allontanando il male che vi sta vicino. Un amico della Chiesa preferirebbe vedere costui messo in ceppi piuttosto che in fuga, onde, peregrinando, non continui a far del male. Il papa nostro signore, quand’era con noi ne aveva dato ordine per iscritto, dietro le informazioni avute circa il male che quest’uomo andava facendo, ma disgraziatamente non si trovò alcuno che fosse per compiere una così buona azione».
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  • Perseguitato, Arnaldo abbandona la Svizzera e trovò tutela presso il legato del papa per la Boemia e la Moravia.

    Bisogna dire che le insistenti esortazioni di san Bernardo non rimanessero senz’effetto se vediamo il vescovo Ermanno ed altri nobili, tra i quali Udalrico di Lenzburg, che in principio gli erano favorevoli, perseguitare poi Arnaldo ed i suoi seguaci, che dovettero essere abbastanza numerosi e che gli rimasero fedeli anche dopo la sua partenza. Nel 1153, il vescovo, infatti, minaccia di espulsione un canonico del convento ove Arnaldo era stato ospitato a Zurigo, «perchè segue nuovamente, nell’errore di apostasia, le tracce del traditore Giuda». Certo è che Arnaldo s’indusse ad abbandonare anche la Svizzera e a cercare più efficace e sicura tutela presso il Cardinale Guido del Castello, che era allora legato del papa per la Boemia e la Moravia. Egli fu coinquilino e commensale dell’influente prelato, che lo protesse contro la rancura dei suoi avversari, come Pietro di Cluny aveva difeso il suo amico Abelardo, e aiutandolo forse più tardi a comporre il suo dissidio con la Chiesa.
    Onde invano questa volta san Bernardo si accanì ancora contro Arnaldo, istigando il cardinale a diffidare di lui e ad abbandonarlo al suo destino. Alla corte di Guido del Castello, Arnaldo conobbe Gerhoh, abbate di Reichersberg, ecclesiastico d’integra vita e desideroso di riforme.
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  • Arnaldo, a Roma, predica contro la curia romana. Testimonianze su Arnaldo e suoi insegnamenti.

    Poco tempo dopo troviamo Arnaldo a Roma. Con la sua venuta nella città eterna, s’inizia il periodo più importante e più fecondo della sua vita. A Roma egli accentua il suo atteggiamento di riformatore, formula la sua dottrina e raccoglie intorno a sé numerosi discepoli, esercitando un influsso profondo tanto su l’ambiente ecclesiastico quanto su quello politico. Egli trovò la città in piena effervescenza di lotte politiche: da un paio d’anni, i romani, cacciati il pontefice e il suo prefetto, avevano stabilito il regime repubblicano e restaurata l’antica dignità senatoriale. Sulle circostanze della sua venuta a Roma e sui suoi rapporti con il senato dirò più particolarmente in uno speciale capitolo di questo volume. Dirò qui soltanto che egli venne con intendimenti pienamente ortodossi, già riconciliato con il papa Eugenio III, in veste e in atteggiamento di pellegrino e di penitente. Solo in un secondo tempo, egli assunse attitudine ribelle, quando, con l’animo infiammato di spririto evangelico, egli cominciò a flagellare con le sue veementi invettive la corruzione degli alti prelati della curia romana. Ma anche allora la sua massima preoccupazione, il suo dominante impulso fu essenzialmente di carattere religioso. Ciò che egli voleva e predicava era la riforma della Chiesa ispirata dai precetti evangelici e sul modello degli Apostoli.
    Sulla predicazione romana di Arnaldo, Giovanni di Salisbury scrive: «Senza riguardi inveiva contro i cardinali, dicendo che il loro collegio, a causa della loro ambizione, avarizia, ipocrisia e a causa dei loro peccati, non era già un tempio del Signore, ma casa di mercanti e spelonca di ladri. Essi occupavano nella cristianità il posto degli scribi e dei farisei. Ed il papa non era, come egli pretendeva, un uomo apostolico ed un pastore d’anime, ma un sanguinario, che copriva della sua autorità incendi ed assassini, un torturatore delle chiese, un oppressore dell’innocenza, il quale attendeva solo a satollare il corpo e a riempire la propria borsa con il denaro altrui. Egli ripeteva spesso che il papa non seguiva nè la dottrina nè gli apostoli, e che quindi non meritava nè rispetto nè obbedienza, e che, d’altra parte, mal potevansi tollerare degli uomini i quali volevano sottoporre alla schiavitù Roma, sede dell’impero, fonte di libertà, padrona del mondo».
    Il monaco Guntero riassume così l’insegnamento di Arnaldo: «Egli insegnava che i sacri canoni non consentono alcuna proprietà al clero; che i monaci e i vescovi non hanno diritto alcuno sui terreni sottoposti al fisco; che gli abbati non debbono ambire onori mondani; che il potere temporale appartiene ai principi della terra; che il governo ne deve essere affidato agli uomini eletti dal popolo; le primizie, le oblazioni e le decime spettano al chierico e non al monaco, e deve il primo usarne castamente, non a lussuria, non a lubriche soddisfazioni, non a lauti conviti o a splendore di seguito. Dannava senza eccezione la squisitezza delle vivande, la pompa dei vestiti, i giochi illeciti, le lascivie del clero, il fasto dei pontefici, i dissoluti costumi degli abbati e l’orgoglio dei monaci».
    Affine a questa è la testimonianza di Ottone di Frisinga, il quale afferma: «Reduce in Italia dalla Francia, dove si era dedicato agli studi, per meglio trarre gli altri in inganno, vestì abito religioso, e si diede a sparlare e ad offendere, senza risparmiare alcuno; poichè egli diceva che i chierici provveduti di beni, i vescovi di regalie, i monaci di poderi, non potevano in alcun modo sperare salvazione. Tutti questi beni appartengono al principe, e solo per sua elargizione i laici possono goderne».
    Infine, l’anonimo autore del poema sulle gesta di Federico Barbarossa scrive che Arnaldo fustigava ogni vizio e che «avvalorando la sua predicazione con la sacra scrittura, condannava guerre ed odii, turpi guadagni e furti, disonestà ed inganni, la cupidigia del clero e la simonia dei prelati». E ben pochi erano, secondo Arnaldo, gli ecclesiastici che potevano sfuggire alla taccia di simoniaci.
    Come chiaramente appare da queste testimonianze, ciò che costituisce il fulcro dell’insegnamento di Arnaldo e la scaturigine prima della riforma da lui predicata è la dottrina della povertà della Chiesa, in quanto tale povertà sta a fondamento di quella perfezione evangelica quale venne formulata e praticata dal Cristo e dai suoi discepoli. Onde la vera vita cristiana consiste nell’osservanza integrale dei precetti evangelici e nella letterale imitazione della vita degli apostoli, che ne furono i primi e più perfetti realizzatori.
    Di quegli ecclesiastici, pertanto, i quali non mettevano in pratica i precetti evangelici, Arnaldo affermava che essi non potevano essere considerati come veri seguaci di Cristo nè costituire la sua vera chiesa e che tali prelati non erano quindi veri vescovi nè avevano diritto all’ubbidienza dei fedeli. Il papa stesso che non vivesse secondo la norma evangelica, rinunziando al possesso dei beni temporali, non poteva essere ritenuto e ubbidito come un vero papa.
    Questo è un punto essenziale del moto arnaldiano, di cui costituirà per lungo tempo una delle più spiccate caratteristiche. La violenta e sistematica opposizione al clero ortodosso sarà alimentata, appunto, dall’insegnamento secondo il quale l’ecclesiastico indegno non ha la virtù di operare il sacramento.
    Tuttavia, Arnaldo, ad imitazione delle prime consuetudini cristiane, ammetteva la legittimità delle decime, che dovevano provvedere il clero d’un umile ma necessario sostentamento, e condannava quei laici che ingiustamente le stornavano a loro profitto.
    Ottone di Frisinga accusava Arnaldo di aver professato opinioni poco ortodosse circa l’eucaristia e il battesimo dei bambini. La manifesta ostilità del cronista e la forma dubitativa che egli adopera (dicitur) non predispongono, certo, a favore dell’attendibilità di tale imputazione. Non mi pare, tuttavia, che si debba negare tassativamente ogni fondamento all’accusa di Ottone. Anzitutto perchè tali dottrine sono effettivamente professate da quasi tutti i gruppi di evangelici, poi, perchè esse hanno il loro addentellato nel Vangelo. In questo, infatti, l’eucaristia è presente sotto l’una e l’altra specie, del pane e del vino, e il battesimo vi appare conferito solamente agli adulti, ai credenti. Non è, pertanto, da escludersi che dai fatti evangelici Arnaldo abbia derivato dottrine contrastanti alla consuetudine ecclesiastica.
    Riguardo al battesimo, Guglielmo Durando, vescovo di Mende, attribuisce agli arnaldisti la dottrina secondo la quale non il battezzare con l’acqua conferisce il carattere sacramentale bensì l’ulteriore imposizione delle mani, giusta l’insegnamento degli Atti (VIII, 17), dove il Samaritano convertito, riceve lo spirito per mezzo della imposizione delle mani da parte degli apostoli. Il Breyer fa risalire tale dottrina allo stesso Arnaldo ciò che, invece, lo Haursath nega. Tra queste due opinioni, io propenderei per quella del Breyer, perchè tale insegnamento, oltre ad avere un appiglio nella prassi apostolica, si riconnette anche alla concezione patarenica, secondo la quale la validità dei sacramenti è condizionata dallo stato di grazia del celebrante.
    Da questa duplice fonte: l’insegnamento apostolico e la tradizione patarenica, deriva certamente la dottrina che l’autore del carme in onore di Federico Barbarossa attribuisce ad Arnaldo circa il sacramento della confessione e secondo la quale il popolo non doveva confessarsi nè ricevere altro sacramento dai sacerdoti indegni, ma che i fedeli dovessero invece confessarsi i propri peccati l’un l’altro, come si legge appunto in san Giacomo (V, 16). E narra la tradizione più su ricordata, come, sul punto di morire, Arnaldo rifiutasse i conforti sacerdotali, dichiarando di non volere altro confessore che Cristo.
    Arnaldo concepiva il potere spirituale ed ecclesiastico nettamente separato da quello politico e secolare. Onde egli esplicitamente insegnava che i chierici dovessero esclusivamente avere a cuore gli interessi religiosi, rinunciando ad ogni forma di dominio e di possedimento temporale, e che il pontefice non dovesse esercitare alcuna ingerenza nel governo delle città, ma esser pago della sola giurisdizione ecclesiastica.
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  • Coinvolgimento politico, di Arnaldo, nella lotta contro il papato. Adesione alla Repubblica di Roma.

    Tali affermazioni, benchè dettate da preoccupazioni prevalentemente evangeliche, venivano a coincidere con i postulati del partito repubblicano di Roma. Così mentre da una parte egli capeggiava la reazione religiosa contro la corruzione della Chiesa, egli si trovò, dall’altra, attratto nell’ambito della politica locale e coinvolto nei movimenti rivoluzionari, cui egli aveva sul principio della sua venuta a Roma assistito come semplice spettatore. Poi, quando i papi posero la consegna della sua persona nelle loro mani a prezzo della conciliazione e della pace, Arnaldo fu costretto a far causa comune con i repubblicani di Roma perchè ne avesse garantita l’incolumità personale. Come afferma Ottone di Frisinga, fece egli allora giuramento di sostenere le parti del nuovo regime civile, mentre i romani promisero di difenderlo contro tutti e specialmente contro il papa. In questo momento la sua attività religiosa si confonde con quella politica ed egli mette a servizio della repubblica la sua dottrina, i suoi ardimenti e la sua eloquenza. Egli parlò allora - come scrive l’autore della Storia pontificale - frequentemente alla folla adunata sul Campidoglio e nelle pubbliche assemblee, lanciando le sue invettive contro coloro i quali pretendevano sottomettere alla schiavitù degli ecclesiastici la città sede dell’impero, fonte della romana libertà e signora del mondo.
    Secondo Ottone di Frisinga, in questo periodo della sua attività politica, Arnaldo proponeva ai rivoluzionari l’esempio di Roma antica, inducendoli ad imitare gli antichi ordinamenti civili, a riedificare il Campidoglio fulgente e a far rivivere gli antichi ordini, quello senatoriale e quello equestre, rievocando quegli antichi romani i quali col senno del senato e con la vigoria e la disciplina dei giovani avevano conquistato l’orbe universo.
    Non mi par dubbio che l’ideale di Roma antica, non mai spentosi del tutto attraverso i secoli, non avesse esercitato il suo fascino e la sua suggestione sui restauratori del senato romano, nè che Arnaldo, grazie alla sua cultura ed alla sua eloquenza, non ne sia stato il più efficace interprete, ma non credo che, come vuol far credere Ottone di Frisinga, il quale tende a svalutare l’opera politica dei romani con attribuirne la paternità ad un chierico scismatico ed eretico, debbasi ad Arnaldo la prima ed esclusiva rievocazione dell’antica Roma e la riviviscenza degli antichi ordini civili.
    Protagonista di un aspro conflitto tra il laicismo ed il sacerdotalismo nella stessa Roma, Arnaldo dette voce ad una corrente di pensiero che si mantenne viva attraverso parecchi secoli, suscitando sette pugnaci e partiti politici che a lui s’ispirarono. La sua solidarietà con i repubblicani di Roma diede alla sua figura un risalto ed una significazione mondiale, che fecero di lui una delle persone più interessanti e più rappresentative di tutto il medio evo, ma io sono d’accordo in questo con lo Hausrath, che la sua attività politica nocque più che non giovasse alle pure e possenti idealità del riformatore religioso.
    L’evangelismo integrale di Arnaldo, la dottrina su la povertà assoluta, la sua concezione dei rapporti tra le autorità laiche ed ecclesiastiche, la sua ribelle attitudine e le persecuzioni di cui fu oggetto, dovevano necessariamente e per molti rispetti renderlo solidale con gli artefici del moto comunale romano. Questo si giovò senza dubbio del suo insegnamento e dei suoi discepoli, specialmente dell’adesione del basso clero, per consolidare le proprie conquiste politiche. Ma questa sua solidarietà con il partito rivoluzionario e la sua esplicita adesione alla repubblica, che egli si era obbligato con giuramento a difendere, lo resero anche più pericoloso e più inviso ai pontefici.
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  • Federico I sconfigge il partito Repubblicano di Roma, cattura Arnaldo e lo consegna al prefetto pontificio, il quale lo condannò a morte e lo fece impiccare e bruciare.

    Pertanto, benchè il senato romano lo avesse preso sotto la sua diretta protezione e ne avesse garantita l’incolumità personale, quando, nel 1154, i guerrieri di Federico I, irrompendo nella città, inflissero una fatale sconfitta al partito repubblicano, i romani, in quell’ora si smarrimento di cui invano subito dopo si pentirono, lasciarono che i partigiani dell’imperatore s’impadronissero di Arnaldo fuggente e lo consegnassero al prefetto pontificio, Pietro, il quale, a nome del papa, lo condannò a morte.
    Questi, benchè la sorte di Arnaldo fosse stata riservata al giudizio dell’imperatore, non appena avutolo nelle sue mani, lo fece rapidamente impiccare e ridurre in cenere e le ceneri fate gettare nel Tevere. Così che, quando i discepoli di Arnaldo, riavutisi dalla sorpresa, si levarono in armi per la sua liberazione, il delitto era già consumato.
    La tradizione vuole che l’impiccagione di Arnaldo abbia avuto luogo in Roma, fuori porta del Popolo. Lo Hausrath pensa che, perchè tutto procedesse tranquillamente e fosse esclusa la possibilità di un intervento armato degli arnaldisti, la condanna sia stata eseguita, non a Roma, ma a Civita Castellana, ove le ceneri di Arnaldo potevano essere gettate ugualmente nel Tevere.
    Secondo il versificatore bergamasco, prima della esecuzione della condanna, Arnaldo venne invitato a confessare i suoi delitti e a ritirare i suoi errori. Al che egli rispose che riteneva la sua dottrina per salutifera e che le sue predicazioni non fossero nè irragionevoli nè dannose. Egli era pronto a dare la sua anima: domandava solo pochi istanti per confessare i suoi peccati a Cristo. Piegate, quindi, le ginocchia, giunte le mani, alzati gli occhi al cielo, sospirando profondamente, si offrì in balìa ai suoi carnefici.
    La violenta soppressione di Arnaldo produsse una penosa impressione anche presso i circoli più ortodossi del tempo, tanto più che prelati ligi alla curia romana, come Gualtero Map, avevano già deplorato che Arnaldo fosse stato da papa Eugenio condannato senza essere stato citato avanti ad un tribunale, senza che egli avesse potuto difendersi e in sua assenza, in base a quanto di lui si narrava e non di suoi scritti precisi. Ottone di Frisinga, uno dei più accaniti avversari di Arnaldo, tenta di giustificare il provvedimento del prefetto affermando che questi sia stato costretto a disperdere, contro ogni sua volontà, le ceneri nel Tevere per impedire che il popolo le venerasse come reliquie d’un santo. Anche l’abbate Gerhoh, il quale scriveva nel 1161, osserva che meglio sarebbe stato esiliare Arnaldo, o rinchiuderlo in prigione o punirlo in una qualunque maniera, piuttosto che ucciderlo. Egli vorrebbe sperare che il sangue versato non abbia a macchiare la Chiesa e non sa come giustificare il barbaro trattamento inflitto al cadavere del riformatore bresciano. Il papa, egli afferma, avrebbe dovuto agire in quest’occasione «come una volta Davide, il quale apprestò ad Abner una sepoltura onorifica e versò lagrime per la sua morte, per allontanare dalla sua casa la colpa del sangue proditoriamente versato». Secondo la voce raccolta dall’abbate di Reichersberg, Gerhoh, della morte di Arnaldo sarebbe più responsabile il prefetto di Roma, Pietro, che non il papa. Però lo stesso scrittore avverte che tale versione era messa in giro dai partigiani stessi del papa, i quali, per scagionarlo, affermavano che il papa non ne aveva saputo nulla e non aveva dato nessun consenso. Secondo, invece, un’altra tradizione, non solo Adriano IV era al corrente e consenziente alla condanna di Arnaldo, ma quando il popolo di Roma distrusse i beni della famiglia del prefetto di Roma, il papa lo compensò con le entrate di Civita Castellana dei danni sofferti. Comunque, le preoccupazioni dell’abbate Gerhoh, i rimproveri mossi al papa e il tentativo di attenuare la partecipazione mostrano come dell’uccisione di Arnaldo l’opinione pubblica ritenesse responsabile lo stesso pontefice.
    Avvenuta dopo la sommossa dei Romani e dopo l’incoronazione di Federico, la sorte del grande riformatore religioso più che da preoccupazioni dommatiche parve determinata da intendimenti politici. Con la soppressione di colui, che il popolo romano considerava come il suo profeta religioso e politico, veniva a mancare il maggiore ostacolo ad una intesa definitiva tra il papa e la città, la cui resistenza sarebbe stata più facilmente fiaccata, spenta la voce del ribelle animatore della folla, onde anche per questo lato, chi era maggiormente interessato alla morte di Arnaldo era appunto il partito pontificale. Nulla di più naturale pertanto che ad esso se ne facesse risalire la responsabilità più immediata e diretta. Tuttavia, senza essere probabilmente il principale colpevole, Federico Barbarossa non può essere prosciolto dall’accusa di aver sacrificato Arnaldo ad un suo interesse politico. Ma Arnaldo non fu la sola sua vittima. Già prima di lasciare Roma, ove egli era entrato spezzando sanguinosamente la resistenza armata dei Romani, come prezzo della corona imperiale, aveva consegnato, su preghiera di Adriano IV, i prigionieri caduti nelle sue mani al prefetto pontificio perchè fossero da lui giudicati. Ed il prefetto alcuni ne fece impiccare ed altri condannò a gravissime taglie. Ma quando, poco dopo, scoppiò il dissidio tra lui ed il papa, Federico si pentì forse di aver sacrificato colui che era una grande forza della nascente democrazia, ma che era anche uno dei più efficaci assertori della politica anticuriale, per quella dottrina della povertà della Chiesa che costituiva uno dei postulati fondamentali delle rivendicazioni imperialistiche.
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