Fanino Fanini da Faenza (1520 - 1550), cenni della vita e del martirio

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[Bibliografia]
Salvatore Caponetto, "La Riforma protestante nell'Italia del Cinquecento", Claudiana, Torino 14 febbraio 1992; pagg. 282-284, 291.

Il 1550 fu un anno cruciale per il ducato estense con la celebrazione di un clamoroso processo contro un fornaio di Faenza, conclusosi con la condanna al rogo.

Fanino Fanini (1520 - 1550) fu processato a Ferrara, perché fu sorpreso a predicare dottrine ereticali a Bagnacavallo, appartenente al dominio estense. Non si sa dove il giovane fornaio avesse conosciuto le nuove dottrine, né come si fosse fatta una notevole istruzione tanto da diventare un apostolo e un efficace predicatore. Aveva forse ascoltato la predicazione a Faenza di fra Bernardino Ochino. Certo per l'acquisto delle granaglie per il forno non gli mancarono le opportunità di spingersi fino a Ferrara o nelle località viciniori.

I «nuovi ed entusiasti profeti della Riforma» predicavano dovunque, dai luoghi di lavoro ai sagrati delle chiese dopo la messa e perfino nei monasteri. Fanino, con i suoi amici Barbone Morisi e Giovan Matteo Bulgarelli, Alessandro Bianchi, Nicola Passerino e un tale Nicoletto, erano riusciti a penetrare nel monastero di Santa Chiara di Bagnacavallo per ammaestrare le suore, spinte a leggere libri proibiti, a non credere nei sacerdoti, in quanto vi è un solo sacerdote, Gesù Cristo, a non invocare i santi, poiché vi è un solo mediatore, Gesù Cristo. Si spingevano ad affermare che "l'andare a l'ufficio e alla messa è un bestemmiare e che l'ostia consacrata è un pezzo di pane". In altri termini le suore furono ammaestrate nella dottrina calvinista.

Il processo contro il «povero Fanin» sollevò un enorme scandalo a Ferrara, dove fu imprigionato, a Faenza e dovunque egli si fosse recato. Il suo messaggio, semplice e suadente, ma alieno dai compromessi, aveva avuto un grande successo. Arrestato nel 1547, fu bandito da Faenza, dopo avere abiurato, ma l'anno dopo a Lugo aveva ripreso una propaganda attiva casa per casa. Molte donne che - secondo l'accusatore maestro Giovan Pietro Delfino dei minori conventuali - sono "un animale occasionaro", cioè impulsivo, ne erano rimaste affascinate.

Il Fanini restò rinchiuso nella rocca di Lugo per ben diciotto mesi. Il suo era diventato un casus belli fra il duca Ercole, ossequientissimo alla chiesa ma geloso delle sue prerogative giurisdizionali, il papa e l'Inquisizione romana. Il duca sostenne il principio del processo nel luogo dove si era consumato il delitto di eresia, cioè a Lugo, territorio estense, ma le autorità ecclesiastiche sostenevano che Lugo apparteneva alla diocesi di Imola, facente parte dello Stato della chiesa. Durante la diatriba, protrattasi fino all'elezione di Giulio III (febbraio del 1550), si svolse dietro lo scenario tutto un lavorìo per salvare il giovane predicatore.

Renata scrisse due volte al marito chiedendo pietà per il prigioniero, spinse il famoso capitano Camillo Orsini, il cui figlio aveva sposato Lavinia Della Rovere, amica della duchessa e di Olimpia Morato, a scrivere al duca per liberare il malcapitato e affidarlo a lui, che lo avrebbe ammansito arruolandolo fra i suoi soldati. Olimpia e Lavinia lo visitarono nel carcere e forse gli portarono l'elemosina della duchessa, alla quale egli scrisse ringraziando. Ma Ercole II, premuto dagl'inquisitori di Ferrara e di Roma, uno dei quali, il Card. Marcello Cervini, era a Bologna, dove il concilio si era trasferito, ottenne dal nuovo papa solo il permesso di eseguire a Ferrara la condanna dell'imputato come «relapso». Il 22 agosto del 1550 Fanino Fanini fu impiccato e poi bruciato. Le ceneri furono gettate nel Po. Il coraggio, la fermezza, l'entusiasmo del trentenne fornaio faentino, insensibile al pianto della moglie e dei figli, convinto di essere stato eletto al martirio come testimone di Cristo, ebbe una vasta risonanza in Italia e fuori d'Italia.

Fanino entrava nel martirologio protestante. Il primo a farne l'esaltazione fu Francesco Negri, l'autore della Tragedia del libero arbitrio, opera conosciutissima in Romagna, della quale uscì nel '50 la seconda edizione. L'ex benedettino bassanese, a due mesi dall'esecuzione, licenziava da Chiavenna la stampa di un libriccino in latino, in cui narrava con particolari, comunicategli certamente dai fratelli italiani, il sacrificio del Fanini e del suo conterraneo Domenico Cabianca.

Dopo il Negri ne scrisse Giulio Della Rovere, che aveva seguito la vicenda del faentino nel periodo clandestino trascorso a Ferrara durante la quaresima del '50. La vita e la morte di Fanino martire è ricca di particolari, fra i quali la notizia di numerosi scritti lasciati dal fornaio, lettere e sermoni, per divulgare la nuova fede.

[...]

Il messaggio di Fanino Fanini non si disperse. Il radicamento a Faenza e Imola, come nei luoghi circostanti, del calvinismo sarebbe inspiegabile senza la sua ardente e coraggiosa predicazione suggellata con il sacrificio della vita. A distanza di anni perfino dei ragazzi conoscevano la tragica storia del «povero Fanin», che «era un gran uomo da bene e gli fu fatto torto».


Il comune di Faenza (RA) gli ha dedicato una via, come mostrato nella foto (gentilmente concessa da A. C.).

La cittą di Faenza ha dedicato una via a Fanino Fanini

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