Una lettera sulla morte da martire di Giovanni Mollio da Montalcino (? - 1553).

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Esistono diverse opinioni intorno la data precisa della morte di questo martire. Il Gerdesio, il Mc Crie ed il Christoffel, dei quali son note le opere, registrano quell’avvenimento nell’anno 1553. Cantù e Young non emettono alcuna opinione su questo proposito. L’autore dei Riformatori italiani, scritto assai pregevole, ma che non è sempre rigorosamente esatto e si cita talvolta con esattezza anche minore, rapporta la morte di Mollio all’an. 1554. Simili divergenze avrebbonsi a notare circa il giorno e il modo di detta morte, il numero dei coaccusati del Montalcino, il nome di colui che gli fu compagno nell’ora estrema e altri ragguagli di men grave importanza, che pur la critica storica apprezza gelosamente. Le quali cose non isfuggirono allo sguardo perspicace del dottissimo sig. Teodoro Elze, che abbiamo il bene di annoverare tra gli amici più seri e spregiudicati del nostro paese, come altresì fra gli studiosi più competenti della nostra storia religiosa. Egli tiene in mano un documento interessante ed altrettanto breve, il quale, volto da lui stesso dal tedesco nella nostra lingua, reca nuova luce intorno la data e varie circostanze che si riferiscono al martirio del Montalcino. Trattasi di una lettera scritta da Roma il 5 di Settembre 1553 e pubblicata l’anno seguente.

Eccone la traduzione letterale:

Vera storia del Montalcino
Il quale fu per la sua confessione di fede ucciso a Roma
Li 5 Settembre 1553.
(1554)

Non ti voglio celare come in questi ultimi giorni, qui in Roma, undici uomini accusati di eresia furono condotti alla Chiesa della Minerva, per rinnegare ivi ed abiurare la loro fede nella presenza dei cardinali posti a giudicare gli eretici. Questo atto seguì con gran pompa e concorso di moltissima gente. Fra loro era uno, chiamato Montalcino, monaco dell’ordine de’ Francescani, eccellentissimo e celeberrimo predicatore, il quale era fermamente deciso di non rinnegare la sua fede, ma di testimoniarne e darne ragione dinanzi a chicchessia. Perciò, dopo che tutti gli altri ebbero rinnegata la loro fede e lui solo costantemente perseverato nella confessione fatta, fu egli ricondotto al carcere ed ultimamente condannato ad essere arso, e con lui un altro, Perugino, tessitore di seta, il quale non credeva niente del purgatorio, nè dell’indulgenze, nè della santità del papa; ma diceva pubblicamente il papa non esser punto il vicario di Cristo, ma l’anticristo stesso, e che i cardinali sono simili agli scribi ed ai farisei, altro non facendo costoro se non se condurre, colla loro falsa ed erronea dottrina, le anime alla dannazione eterna.
Al dì 5 di settembre questi due furono condotti sul mercato chiamato Campo Fiore, e come negli antichi tempi gli apostoli si dipartirono dai farisei e dagli scribi, così i nostri due martiri se ne andarono con allegro animo. Il Perugino fu primo impiccato, e presso a morire a Dio si raccomandò, esclamando: Dio, perdona loro, perciocchè non sanno quel che fanno.
Dietro a lui venne il Montalcino, il quale, avvicinandosi al patibolo, disse al carnefice di fare senza indugio quel ch’eragli stato ordinato, perchè nel vedere impiccare il Perugino, il cuor gli era venuto meno. Però si raccolse e chiese licenza di parlare. E dopo che la folla ebbe fatto silenzio, disse queste parole:
"Eterno, Onnipotente Iddio, son così grandi i miei peccati dinanzi a te, che in quest’ora io merito non solo la morte del mio corpo, ma eziandio la perdizione eterna dell’anima mia. Or siccome vedo e so di non poter punto fidarmi alle mie proprie forze, alla mia giustizia ed alle mie impure opere, vengo a te, confidando non già sopra il merito mio, ma sulla tua immeritata grazia e misericordia, sulle tue promesse; e per i meriti del tuo Unigenito e dilettissimo Figlio, nostro Signor Gesù Cristo, ti chieggo e ti supplico di usar misericordia inverso me, perdonandomi i miei peccati e soccorrendomi colla tua grazia; perciocchè io so che non vuoi la morte del peccatore, ma ch’egli si converta e viva. Ora mi vien meno ogni aiuto e protezione da parte degli uomini, i quali m’hanno abbandonato, ed a te solo mi rivolgo. Tu sei la mia rocca, tu sei il mio riposo, la mia speranza e la mia protezione contro tutti i miei nemici, sì noti che sconosciuti. Questa è del tutto la mia opinione; la mia fede sta su questa pietra e m’attengo a questa colonna; che nè afflizione, nè distretta, nè persecuzione, nè pericolo, nè spada, nè alcuna creatura mi separerà dall’amore e dalla speranza mia in te, che hai mandato il tuo Figliuolo nel mondo per salvare i peccatori de’ quali io sono il primo. In questa mia ora estrema non ti presento le mie buone opere o la mia giustizia, ma sì i miei peccati ed i miei misfatti, acciocchè siano coperti e lavati nel sangue del tuo unigenito Figliuolo. Voglio al presente che Cristo solo sia la mia soddisfazione, lui solo il mio merito, la mia giustizia. E ti rendo grazie che questa mia sofferenza e la mia morte mi siano sì sgradevoli e leggiere, poich’era la tua volontà ch’io avessi a soffrire questo martirio per lo tuo nome e l’universale Chiesa cristiana."
Or parecchi, che stando vicino avevano udito queste ultime parole, lo esortarono a nominare la Chiesa romana anzi che la Chiesa cristiana universale. Ma egli rispose che la Chiesa di Cristo non è divisa in Chiese romane, napoletane, veneziane o milanesi, avvegnachè tutte le vere Chiese qua e là sparse nel mondo formino una sola Chiesa unita per la fede, la sposa diletta di Cristo. Essendovi adunque una sola Chiesa, non si dovrebbe dividere in più frazioni.
Quando sentirono queste cose, esclamarono: Ben si vede che codesto frate è marcio affatto. Ed il Montalcino alzò gli occhi al cielo e gridò tre volte ad alta voce: Gesù! e subito il carnefice lo spinse dalla scala, l’impiccò, poi accese il fuoco di sotto.
Dopo che fu giustiziato, la moltitudine si fece a parlare diversamente. Negli uni destava pietà, e questi piangendo dicevano esser cosa mal fatta l’uccidere un uomo cotanto onesto. Altri invece pretendevano che egli era stato uno scellerato luterano ed un grande eretico, e che se fosse stato liberato, avesse potuto sedurre tutto il mondo. Ed ancor se ne discorre in Roma, chi in una maniera, chi in un’altra. Ma la sua confessione e la sua preghiera dimostrano ch’egli avea la vera conoscenza ed una fede veramente cristiana, mentre è palese che il papa è uno schifoso tiranno.

Roma, li 5 Settembre 1553.

Teodoro Elze.

[Citazione tratta da: Rivista Cristiana 1, 1873, p.272. Informazione gentilmente riferitami da Elena De Mattia, citata a sua volta nel suo libro: "Protestanti a Pordenone nell'ottocento", di Elena De Mattia ed Enzo Pagura, tipografia Sartor Pordenone, luglio 2009, a pagina 104 nota 173]

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